Nasce a Colorno (PR): 25.12.1912
Entra in Congregazione: 03.08.1939
Inizio Noviziato: 02.07.1940
Professione Temporanea: 26.07.1942
Professione perpetua: 02.07.1947
Deceduta a Villa Chieppi: 13.01.2000

“Beati i miti,
perché erediteranno la terra” (Mt 5,5)

Alla notizia del decesso di Sr. M. Natalina una sorella scoppia in un pianto: “E’ stata per me una mamma, buona, discreta, piena di fede, decisa nel volere e promuovere il bene”.

La sorella infermiera, che l’ha seguita in questi ultimi anni di dura prova per il morbo di Parkinson che l’affliggeva, mi confida: “Era affabile, delicata, sofferente senza mai farlo pesare; non era difficile farle un servizio anche delicato. Se mi vedeva nervosa, con dolcezza mi diceva: ‘fai pure svelta, una sorella per volta, ma non dire che mentre ne accudisci una ne devi servire altre’  “.

Questa sua libertà di dire le cose senza offendere, da vera madre e sorella che voleva il bene, era una caratteristica del suo carattere e un frutto della sua intensa vita di preghiera.

Sr. M. Natalina non aveva titoli di studio, ma una saggezza particolare e una laboriosità che la rendeva sempre attiva, a servizio nel guardaroba, nella cucina, nei lavori di casa, silenziosamente con signorilità, con dedizione umile e generosa, tale da far trovare sempre a proprio agio chi le viveva accanto.

Durante la sua lunga vita religiosa è stata in diverse comunità, sia come semplice suora addetta alle cure domestiche, sia come superiora. Destinata alla nuova comunità di Ca’ Madonna a Rapallo dal 1969 al 1980, le sorelle che hanno goduto la ristorante ospitalità in questa casa, destinata alle cure marine, ne hanno un ricordo riconoscente e ammirato per la sua autorevolezza.

Nel 1982, mentre era superiora a Roma, nella comunità alloggio di P.za Trento, incominciò ad accusare i primi sintomi del male che le sarebbe stato compagno pesantissimo per ben 18 anni, ma col quale seppe gestire un rapporto intelligente e maturo. Fin che le è stato possibile, reagì senza scoraggiarsi continuando a lavorare, a stirare, a cucire, inventando stratagemmi che le rendessero possibile continuare a donarsi, pur con tanta fatica.

Quando nel 1994 passò nella nostra infermeria di via Po, anche qui, a contatto di chi riteneva più ammalata di lei, trovò il modo di sentirsi utile. Gli ultimi mesi dovette cedere all’incalzare del male e visse una penosissima lunga agonia trasformando il suo dono in continua offerta di sé al Signore.

Ora è nella pace che ha meritato e a noi resta il rimpianto di una sorella veramente buona, di quelle che  fanno scoprire il valore della loro presenza proprio quando vengono meno.