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La sfida dell’Inclusione

FONTE: Rivista Popoli e  Missione,   (ANNO XXXII MARZO  2018)

 

LA SFIDA DELL’INCLUSIONE
Meeting dei missionari Italiani in Perù

 

I missionari italiani in Perù si sono ri­trovati dal 15 al 19 gennaio scorsi nella “Casa padre Claret”, a Chaclacayo, alla periferia della capitale Lima. Si tratta del consueto incontro annuale dei nostri missionari (religiosi, religiose e laici) inviati in questo importante Paese del­l’America Latina. L’intento del raduno è stato quello di riflettere su un tema di rilievo nazionale su “La situazione gio­vanile in Perù”, scelto in vista del pros­simo Sinodo dei vescovi del prossimo ottobre. Ai missionari italiani presenti, oltre ad un’analisi socio-politica, sono stati proposti momenti di meditazione e preghiera comunitaria. Inoltre i religio­si e i fidei donum durante il tempo libero hanno avuto modo di confrontarsi e di scambiare le reciproche esperienze. In particolare, padre Carlos Castillo ha parlato de “La realtà giovanile e il rap­porto Chiesa-giovani e giovani-Chiesa”, affrontando molti aspetti della condizio­ne giovanile nel Paese.
In questi anni il Perù ha vissuto una crescita economica tra le più importanti del continente latinoamericano, ma il problema principale rimane quello della distribuzione della ricchezza, un tema aperto che ha a che vedere con l’inclusione di migliaia di persone ai margini delle grandi città, sia nella provincia, che nella foresta amazzoni­ca e intorno alla catena andina. Qui non si sente la presenza dello Stato in materia di diritti civili, istruzione, salute. Mancano le vie di comunicazione, i servizi essenziali, spesso gli investi­menti produttivi per permettere alle persone di lavorare in queste zone e non fuggire verso le città. Altro proble­ma di fondo è quello della corruzione, dato che ci sono ben due ex presidenti in prigione per questo reato, e quello attuale, Pedro Pablo Kuczynski, è nei guai per gli stessi motivi. Daniele Mauri, missionario di Paina (diocesi di Milano), spiega che «l’emergenza sociale riguarda le vittime del neolibe­rismo senza regole e l’accumulo di capitali nelle mani di pochi. Non è vero che l’aumento di ricchezza di un Paese migliori le condizioni di vita di tutti, in tutti i settori della società». La presenza di papa Francesco in America Latina, proprio nei giorni del raduno ha avuto un significato impor­tante per i missionari fidei donum, e per religiosi, religiose e consacrati.

Ma come vivono la fede i giovani peruviani? Don Roberto Seregni, fidei donum di Como nella diocesi di Carabayllo, spiega che esiste una pluralità di mondi giovanili: «Vivo nell’estrema periferia Nord della capitale, dove la maggior parte delle persone viene da altre zone del Paese. Sono famiglie che nell’esodo degli ultimi 20 anni hanno lasciato la selva amazzonica o i paesi andini per buttarsi in quella megalo­poli confusa, trafficata, sporca che è Lima. Questi giovani che non hanno senso di appartenenza al territorio, pur essendoci nati, nel loro clan familiare respirano ancora tradizioni e linguaggi che vengono da lontano. Soffrono (anche se spesso non se ne rendono conto) la mancanza di una identità, vivono in un mondo di cui non fanno realmente parte. Questo crea problemi identitari e relazionali particolari a cui la Chiesa cerca di dare risposta attra­verso il lavoro di molte parrocchie e centri di animazione e formazione». Al meeting di Chaclacayo si è parlato molto dei messaggi lanciati dal papa durante la sua ultima visita pastorale, come spiega ancora don Seregni, refe­rente per la pastorale giovanile della sua vicaria: «In tutto il Perù c’è stato grande fermento popolare e molto movimento nei mesi precedenti, in tutte le parrocchie della nostra diocesi è stata fatta l’iscrizione per partecipa­re all’incontro delle famiglie col papa a Lima».

Il Perù è grande quattro volte l’Italia: un milione e 285mila chilometri qua­drati di terra, foreste, montagne e fiumi. Ma è nella capitale che si concentra il grosso della popolazione, con una urbanizzazione selvaggia che ha acuito la disoccupazione, la mancanza di abitazioni decorose e di servizi a disposizione dei cittadini. Adagiata nella valle scavata dal fiume Rimac, la città di Lima da nove milioni e mezzo di abitanti si va espandendo sulle colline grigie e opache che la circondano, fatte di baraccopoli e container usati come case di fortuna da famiglie in gravi difficoltà economiche. «Moltissime persone emigrano verso Lima dalle Ande, dove non c’è lavoro perché qui in Perù il sistema economi­co è purtroppo centralizzato», spiega l’arcivescovo di Huancayo, monsignor Pedro Barreto Jimeno. La produzione, l’industria, i servizi, il commercio si concentrano prevalentemente nella grande città. L’abbandono delle mon­tagne è un fenomeno che spinge enormi flussi migratori nella capitale, ormai incapace di accoglierli. E così nei “non luoghi” della periferia di Lima, tutti terra sbriciolata e polvere rossa, si arrampicano baracche di legno colora­te d’azzurro e di verde. Di recente monsignor Barreto si è espresso a pro­posito del rapporto tra Stato, miniere e ambiente: «Lo Stato dal 1928 ha riscosso le tasse e si è arricchito a spese della vita e della salute della popola­zione – ha denunciato il prelato, come riportato da AsiaNews – e ancora una volta lo Stato vuole tornare ai suoi vecchi metodi di corruzione, ma in questa occasione va contro la vita della popolazione».

M.F.D’A.

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